Don Silvestro dopo aver concluso la parte introduttiva delle catechesi, ora comincia a trattare le beatitudini nello specifico cominciando dalla prima
Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei Cieli
Se il mio cuore brama di ottenere i beni terreni, non può essere né tranquillo né sicuro. Perché o cerca di avere quello che non ha o di non perdere quello che possiede e mentre nelle avversità spera nella prosperità, nella prosperità teme le avversità. E sballottato qua e là dai flutti in continua alternativa ma se tu Dio concedi alla mia anima il desiderio di attaccarsi alla Patria Celeste, resterà assai meno scossa dai turbamenti temporali. Di fronte alle avversità esteriori il mio cuore si rifugerà nelle cose spirituali al sicuro. (estratto di una preghiera)
Questa disposizione d'animo apre le Beatitudini dette da Gesù e questo significa che ne è la porta d'ingresso. Negli incontri scorsi il don ha cercato di alimentare l'amore della santità. E ora ci viene presentato il modo di essere santi. Se tu sarai povero in spirito, diventerai santo. Quante volte, nel discorso delle beatitudini, Gesù dice: Beati. Il don vuol dire che Gesù non lo dice una sola volta ma nove volte. La cosa ci sembra assodata ma non sufficientemente meditata. Il Signore dice per ben nove volte beati, questo vuol dire che ogni beatitudine presa da sola è già un cammino di santità e a me basta prenderne e farla mia per essere Santo. Se voglio fare mie due beatitudine io sarà doppiamente beato e santo e questo significherà che in Cielo avrò tanti più gradi di gloria quante più beatitudini avrò fatto mie. . Se volessi fare il massimo farò per me tutte le beatitudini e diventerò copia fedelissima di Gesù.
Tutto questo è poco considerato quando si meditano le beatitudini
Per diventare Santo, voglio sapere cosa significa diventare povero in spirito. Gesù, con questa prima beatitudine - come nota Don Dolindo Ruotolo - dice che il Suo Regno non sarà formato da grandezze politiche come si aspettavano gli ebrei contorcendo il senso delle Scritture ma sulla rinuncia dei desideri fugaci della vita e sull'aspirazione dei beni eterni. I beni terreni sono come bevande gassose: dilatano lo stomaco ma non lo saziano. I desideri celesti sono come linfa benefica che si diffonde in tutte le fibre della vita e la fa fiorire. Questa beatitudine mi è pienamente accessibile perché non si fonda sulle grandezze politiche di modo che potrei possedere questa virtù se fossi un grande condottiero né si fonda sulle ricchezze e glorie terrene di modo che potrei possederla solo se accompagnato da tanta fortuna. Questa beatitudine dovrebbe essere propria di ogni cristiano perché fondata sulla Fede. Chi, tra coloro che si affacciano anche per un'attimo ai beni eterni, non vede la fugacità dei beni terreni?
1726 Le beatitudini ci insegnano il fine ultimo al quale Dio ci chiama: il Regno, la visione di Dio, la partecipazione alla natura divina, la vita eterna, la filiazione, il riposo in Dio. CCC (catechismo della Chiesa Cattolica).
In questa prima beatitudine Gesù ci dice: beati coloro che sanno educare i loro desideri aspirando non a ciò che è transitorio ma a ciò che è eterno. Perché all'uomo fatto per l'eterno, solo ciò che è eterno può bastare e renderlo beato. Questa è quella speranza che a dire di San Paolo non delude mai. Perché fondata su Dio che non delude mai. La speranza certa porta sempre una forma di beatitudine che di gran lunga precede il possesso del bene stesso. L'attesa del piacere è essa stessa il piacere. Ne il Sabato del Villaggio, Giacomo Leopardi dice che l'attesa della festa è più felice della festa stessa perché è piena di speranza, perché la speranza è radicata su una certezza: che domani sarà domenica. Se l'attesa dell'effimero rende beato, quanto più rende beato l'attesa dell'eterno. Un qualcosa di simile possiamo scorgerlo nell'anima della Vergine che sussulta di gioia per qualcosa che certamente avverrà perché Dio l'ha promesso ad Abramo e alla sua discendenza. E per Maria questo basta perché Lei la consideri già avvenuta e nel Magnificat giù ne ringrazia Dio. Cosa che ancora non sono avvenute ma per Maria la parola di Dio è così certa che già nel momento stesso in cui Dio promette già gli si può rendere grazie come cosa avvenuta. Perché come ricorda la lettera agli Ebrei è fedele Colui che ha promesso.
Poveri in spirito, cosa significa? Questa beatitudine mette in rilievo due forme di povertà e l'una è più importante dell'altra. Esiste una povertà esteriore e una interiore ma di queste due forme di povertà, quella che rende veramente beato è quella interiore perché la santità non può dipendere dalla sorte che gioca sì un ruolo importante ma non fondamentale. Il don dice: io per sorte sono nato in un paese cattolico, ma diciamo meglio per provvidenza, ha incontrato persone e letto libri che gli hanno parlato della fede ma nulla sarebbe valso se il don non ci avesse messo la sua interiorità. La povertà da sola non basta per essere beati ma occorre che sia accompagnata dalla povertà in spirito, mentre la povertà in spirito basta per essere beato anche se non è accompagnata dalla povertà materiale. Nella storia della Chiesa abbiamo diversi santi che sicuramente non si sono distinti per la povertà materiale anche se vivevano una povertà spirituale. Pensiamo agli amici di Gesù: Marta, Maria e Lazzaro, una famiglia adagiata del tempo, ricca ma distaccata dalle ricchezze tanto che con esse sostenevano la missione di Gesù e dei suoi apostoli senza per questo diventare poveri. Lazzaro era poi così riconosciuto da Gesù come povero in spirito che, volendo dare un nome al povero nella sua parabola, usò il nome del suo amico. Ma pensiamo a quanti santi Re e Regine si sono succeduti nella storia: Santo Stefano d'Ungheria, Santa Margherita di Scozia e tanti altri ma anche santi a noi contemporanei: San Giovanni Paolo II e altri di cui possiamo dire che erano poveri in spirito anche se non hanno vissuto una povertà materiale. Anche San Carlo Acutis e San Piergiorgio Frassati, nati e vissuti in famiglie benestanti pur vivendo in pienezza la povertà in spirito. Al momento del funerale - di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati - le celebrazioni furono affollata da tanti poveri e sconosciuti che all'oscuro delle rispettive famiglie, nel corso degli anni erano stati abbondantemente aiutati. Vi sono benestanti che non hanno legato il loro cuore alle ricchezze materiali ma le hanno usato secondo giustizia e carità. Hanno vissuto una povertà in spirito senza vivere una povertà materiale. Nessuno può dire di essere povero in spirito fino a quando amerà la ricchezze terrene. Nessuno può servire due padroni o amerà l'uno e disprezzerà l'altro. Non possiamo seguire Dio e la ricchezza.
E ai ricchi Gesù consiglia fatevi amici con la ricchezza (Luca 16,9). Un cuore avido di ricchezze certamente non è povero in spirito, il segno più evidente è dato dalla capacità di saperle donare. Come l'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali, il distaccamento da essi è la radice di tutti i beni. San Francesco d'Assisi dice che è nel dare che riceviamo. Chi dà si apre a ricevere la gioia dell'essere beato.
CATECHESI DI DON SILVESTRO
Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei Cieli
Se il mio cuore brama di ottenere i beni terreni, non può essere né tranquillo né sicuro. Perché o cerca di avere quello che non ha o di non perdere quello che possiede e mentre nelle avversità spera nella prosperità, nella prosperità teme le avversità. E sballottato qua e là dai flutti in continua alternativa ma se tu Dio concedi alla mia anima il desiderio di attaccarsi alla Patria Celeste, resterà assai meno scossa dai turbamenti temporali. Di fronte alle avversità esteriori il mio cuore si rifugerà nelle cose spirituali al sicuro. (estratto di una preghiera)
Questa disposizione d'animo apre le Beatitudini dette da Gesù e questo significa che ne è la porta d'ingresso. Negli incontri scorsi il don ha cercato di alimentare l'amore della santità. E ora ci viene presentato il modo di essere santi. Se tu sarai povero in spirito, diventerai santo. Quante volte, nel discorso delle beatitudini, Gesù dice: Beati. Il don vuol dire che Gesù non lo dice una sola volta ma nove volte. La cosa ci sembra assodata ma non sufficientemente meditata. Il Signore dice per ben nove volte beati, questo vuol dire che ogni beatitudine presa da sola è già un cammino di santità e a me basta prenderne e farla mia per essere Santo. Se voglio fare mie due beatitudine io sarà doppiamente beato e santo e questo significherà che in Cielo avrò tanti più gradi di gloria quante più beatitudini avrò fatto mie. . Se volessi fare il massimo farò per me tutte le beatitudini e diventerò copia fedelissima di Gesù.
Tutto questo è poco considerato quando si meditano le beatitudini
Per diventare Santo, voglio sapere cosa significa diventare povero in spirito. Gesù, con questa prima beatitudine - come nota Don Dolindo Ruotolo - dice che il Suo Regno non sarà formato da grandezze politiche come si aspettavano gli ebrei contorcendo il senso delle Scritture ma sulla rinuncia dei desideri fugaci della vita e sull'aspirazione dei beni eterni. I beni terreni sono come bevande gassose: dilatano lo stomaco ma non lo saziano. I desideri celesti sono come linfa benefica che si diffonde in tutte le fibre della vita e la fa fiorire. Questa beatitudine mi è pienamente accessibile perché non si fonda sulle grandezze politiche di modo che potrei possedere questa virtù se fossi un grande condottiero né si fonda sulle ricchezze e glorie terrene di modo che potrei possederla solo se accompagnato da tanta fortuna. Questa beatitudine dovrebbe essere propria di ogni cristiano perché fondata sulla Fede. Chi, tra coloro che si affacciano anche per un'attimo ai beni eterni, non vede la fugacità dei beni terreni?
1726 Le beatitudini ci insegnano il fine ultimo al quale Dio ci chiama: il Regno, la visione di Dio, la partecipazione alla natura divina, la vita eterna, la filiazione, il riposo in Dio. CCC (catechismo della Chiesa Cattolica).
In questa prima beatitudine Gesù ci dice: beati coloro che sanno educare i loro desideri aspirando non a ciò che è transitorio ma a ciò che è eterno. Perché all'uomo fatto per l'eterno, solo ciò che è eterno può bastare e renderlo beato. Questa è quella speranza che a dire di San Paolo non delude mai. Perché fondata su Dio che non delude mai. La speranza certa porta sempre una forma di beatitudine che di gran lunga precede il possesso del bene stesso. L'attesa del piacere è essa stessa il piacere. Ne il Sabato del Villaggio, Giacomo Leopardi dice che l'attesa della festa è più felice della festa stessa perché è piena di speranza, perché la speranza è radicata su una certezza: che domani sarà domenica. Se l'attesa dell'effimero rende beato, quanto più rende beato l'attesa dell'eterno. Un qualcosa di simile possiamo scorgerlo nell'anima della Vergine che sussulta di gioia per qualcosa che certamente avverrà perché Dio l'ha promesso ad Abramo e alla sua discendenza. E per Maria questo basta perché Lei la consideri già avvenuta e nel Magnificat giù ne ringrazia Dio. Cosa che ancora non sono avvenute ma per Maria la parola di Dio è così certa che già nel momento stesso in cui Dio promette già gli si può rendere grazie come cosa avvenuta. Perché come ricorda la lettera agli Ebrei è fedele Colui che ha promesso.
Poveri in spirito, cosa significa? Questa beatitudine mette in rilievo due forme di povertà e l'una è più importante dell'altra. Esiste una povertà esteriore e una interiore ma di queste due forme di povertà, quella che rende veramente beato è quella interiore perché la santità non può dipendere dalla sorte che gioca sì un ruolo importante ma non fondamentale. Il don dice: io per sorte sono nato in un paese cattolico, ma diciamo meglio per provvidenza, ha incontrato persone e letto libri che gli hanno parlato della fede ma nulla sarebbe valso se il don non ci avesse messo la sua interiorità. La povertà da sola non basta per essere beati ma occorre che sia accompagnata dalla povertà in spirito, mentre la povertà in spirito basta per essere beato anche se non è accompagnata dalla povertà materiale. Nella storia della Chiesa abbiamo diversi santi che sicuramente non si sono distinti per la povertà materiale anche se vivevano una povertà spirituale. Pensiamo agli amici di Gesù: Marta, Maria e Lazzaro, una famiglia adagiata del tempo, ricca ma distaccata dalle ricchezze tanto che con esse sostenevano la missione di Gesù e dei suoi apostoli senza per questo diventare poveri. Lazzaro era poi così riconosciuto da Gesù come povero in spirito che, volendo dare un nome al povero nella sua parabola, usò il nome del suo amico. Ma pensiamo a quanti santi Re e Regine si sono succeduti nella storia: Santo Stefano d'Ungheria, Santa Margherita di Scozia e tanti altri ma anche santi a noi contemporanei: San Giovanni Paolo II e altri di cui possiamo dire che erano poveri in spirito anche se non hanno vissuto una povertà materiale. Anche San Carlo Acutis e San Piergiorgio Frassati, nati e vissuti in famiglie benestanti pur vivendo in pienezza la povertà in spirito. Al momento del funerale - di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati - le celebrazioni furono affollata da tanti poveri e sconosciuti che all'oscuro delle rispettive famiglie, nel corso degli anni erano stati abbondantemente aiutati. Vi sono benestanti che non hanno legato il loro cuore alle ricchezze materiali ma le hanno usato secondo giustizia e carità. Hanno vissuto una povertà in spirito senza vivere una povertà materiale. Nessuno può dire di essere povero in spirito fino a quando amerà la ricchezze terrene. Nessuno può servire due padroni o amerà l'uno e disprezzerà l'altro. Non possiamo seguire Dio e la ricchezza.
E ai ricchi Gesù consiglia fatevi amici con la ricchezza (Luca 16,9). Un cuore avido di ricchezze certamente non è povero in spirito, il segno più evidente è dato dalla capacità di saperle donare. Come l'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali, il distaccamento da essi è la radice di tutti i beni. San Francesco d'Assisi dice che è nel dare che riceviamo. Chi dà si apre a ricevere la gioia dell'essere beato.
CATECHESI DI DON SILVESTRO
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