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Catechesi sulle beatitudini 13 incontro: beati gli afflitti perché saranno consolati (I parte)

Don Silvestro continua le sue catechesi sulle beatitudini cominciando a trattare la seconda, mettendo in rilievo la sua contraddizione e come questa può essere superata solo con una grande dose di fede, e quanto più la fede cresce tanto più la si comprende

Beati gli afflitti perché saranno consolati, questa affermazione di Cristo è stata a lungo fraintesa e ha fatto persino pensare a chi ignora le Scritture che la religione cristiana sia un qualcosa di gente musona. La religione cristiana è una religione paradossale e ci troviamo di fronti ad una contraddizione: l'essere beati è il contrario di essere afflitti e viceversa. Ma questa beatitudine essendo così particolare, necessita di una forte di fede che superi il paradosso e la contraddizione. Occorre una fede fortissima e fermissima nella vita eterna, poi una fede fermissima e fortissima nella Redenzione operata dal Cristo e nel Dio Unico. Solo nella luce di questa fede portata alle estreme conseguenze posso capire questa frase.

Occorre una fede assoluta per comprendere questa beatitudine. Più cresce la fede più cresce la comprensione della beatitudine.

Una beatitudine che si fonda su una speranza: saranno consolati. Abramo (nella parabola detta da Gesù sul ricco epulone) dice al ricco: figliolo, ricordati che nella vita hai ricevuto i tuoi beni e Lazzaro i suoi mali. Ma ora qua egli è consolato e tu sei nei tormenti. Luca 16,25. La speranza della vita eterna è la vera speranza, quella speranza che intendiamo quando parliamo della seconda virtù teologale. Una speranza che non delude e non può deludere perché fondata sul Dio vero e Veritiero. Da Lui la mia speranza (salmo 62,6). Questa speranza è viva (1 Lettera san Pietro 1, 3). La speranza della vita eterna non può morire perché ha vinto la morte e quindi perennemente viva. Nulla può disingannare la speranza del cristiano perché è fondata su Dio. I cristiani hanno una speranza così viva che nessuno può ucciderla. Gesù dice - con un linguaggio criptico - ai suoi fedeli: se berranno qualche veleno, questi non li farà danno. Nel linguaggio biblico la bocca dell'empio sputa veleno. Ma questo veleno non può recar danno alla speranza del cristiano perché ha vinto la morte. Nulla e nessuno è capace di togliere al santo quella pienezza di gioia che ha trovato nel Cristo. La speranza della vita eterna nel cuore del cristiano è così viva che lo rende vivo. La speranza è già diletto quando si fonda nella certezza anche quando si è nell'afflizione. Il Signore, disse a San Francesco prima di morire: se al posto delle tue sofferenze ti fosse dato un grande tesoro, saresti felice? Sii nella gioia nelle tue infermità e nelle sue tribolazioni come se già condividessi il Mio Regno. Il don ha sentito da un'anziano malato terminale: tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto.

Ma occorre, per comprendere la fede nella vita eterna bisogna però avere fede nella Redenzione operata da Cristo. Credere nella redenzione operata da Cristo significa riempiere di significato e valore la sofferenza. La sofferenza in tanto può rendermi beato in quanto la riempio di significato e mi porta alla disperazione in quanto non ne percepisco il senso. San Giovani Paolo II nella lettera apostolica Salvifici Dolori, mette in rilievo che l'uomo nelle sofferenze del redentore, ritrova le proprie sofferenze arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato. Il nuovo contenuto è l'amore, il nuovo significato è la redenzione. Cristo, con l'opera della Redenzione, ha dato alla sofferenza una dignità eccelsa, essa - per usare le parole del Papa - è stata legata all'amore ed è stata elevata al livello della Redenzione. Ma cosa significa ciò?

E' stata legata all'amore. Essendo legata all'amore, diventa manifestazione d'amore. Cristo, con la sua Passione, ha manifestato alle persone la misura del suo amore. Nessuno ha un'amore più grande che dare la vita per i propri amici. San Paolo andava dicendo: Cristo mi ha amato e ha dato sé stesso per me. L'amore di Cristo mi muove. // E gli apostoli erano ben lieti di patire qualcosa per amore di Gesù. Atti degli apostoli 5,41. Solo a chi si trova nell'afflizione è dato di dare un'amore puro, quanto più puro è l'amore quanto più è disinteressato. Beati coloro che sanno offrire al Signore un'amore puro. Le sofferenze di Cristo sono state un'atto di dichiarazione d'amore per noi. Gesù ha scelto una vita di pene e una morte dolorosa senza sollievo - diceva sant'Alfonso Maria de Liguori - per farci comprendere che se vogliamo amarlo, dobbiamo amarlo come Lui ha amato noi. Quanto è cara la persona a Gesù la persona che soffre e lo ama. La sofferenza nella Redenzione è stata legata all'amore ma è stata elevata al livello di Redenzione. Tanto che il santo Papa, che ogni uomo, nella sua sofferenza può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo. La prova che si salveranno è nella sofferenza che sopportano per amore di Cristo. San Paolo è lieto di completare nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo. Il Santo Papa commenta: queste parole sembrano trovarsi al termine del cammino della sofferenza nell'uomo illuminata da Dio. Per questo l'apostolo scrive che è lieto di sopportare le sofferenze per i filippesi. La gioia proviene dalla scoperta del senso della sofferenza, l'apostolo comunica la propria scoperta e ne gioisce a motivo di tutti coloro che essa può aiutare.

Stiamo cercando di capire come questa beatitudine, per quanto paradossale e contradditoria, sia vera. Quanto più aumenta la fede tanto più comprendo questa beatitudine. Se ho una fede ordinaria, la comprendo in parte, se ho una fede straordinaria la comprendo meglio. Se ho la fede assoluta la comprendo in pienezza. Nel prossimo incontro parleremo della fede assoluta.

MEDITAZIONE DI DON SILVESTRO

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