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Catechesi sulle beatitudini 15 incontro: beati gli affitti perché saranno consolati (III parte)

Don Silvestro continua le sue catechesi sulle beatitudini continuando a trattare la seconda beatitudini, mettendo in rilievo che gli affitti sono beati nella misura in cui sanno dirigere il proprio sguardo al Cielo

Terzo incontro sulla seconda beatitudine. Il don cita una lettera di san Pio da Pietralcina ad una sua figlia spirituale. Fa da apripista di quanto di diremo: abbiamo sempre davanti agli occhi che qua sulla Terra, è un luogo di combattimento e che in Paradiso si riceverà la corona. Che qua è luogo di prova e il premio si riceverà lassù. Qua siamo in terra d'esilio e la Patria Nostra vera è il Cielo. E bisogna aspirare di continuo (alla nostra patria del Cielo ndr). Abitiamo con la fede viva e la speranza ferma e con l'ardente affetto nel Cielo, con il vivissimo desiderio fino a quando siamo viatori fino a quando a Dio piacerà di abitare il Cielo. Conserviamo la calma in ogni evento lieto e triste.

Questa beatitudine è quella che tra tutte ha di più il sapore del Cielo, perché mette in chiaro che la terra è un luogo di afflizione e il Cielo luogo di consolazione. Beati solo coloro che sanno vedere le cose come realmente sono e che sanno cercare la gioia dove laddove si trova cioè in Cielo. Riconoscendo alla terra la capacità di dare afflizione e al Cielo il potere di dare consolazione. Non sono scontate queste affermazioni, tutti pensano di poter fare tutte le esperienze di questo mondo per appagare i propri desideri e molti pensano che il Cielo non sia il luogo della gioia ma della noia, ed è per questo che non si decidono di santificarsi. Le persone particolarmente sapienti non cercano la gioia in questo mondo, che riconoscono la terra per luogo di grandi tribolazioni come ricorda il vegliardo dell'Apocalisse e il Paradiso come luogo dove Dio consolerà gli afflitti e consolerà ogni lacrima dai loro occhi. Queste persone sono consapevoli che il desiderio di gioia e felicità che alberga nei cuori non trova appagamento in questo mondo. Non sono perennemente alla ricerca di svaghi, divertimenti, sballi, ecc... perché sono consapevoli che il Paradiso porterà una gioia infinita e il loro cuore sarà appagato solo da Dio. Ecco perché più che cercare appagamenti in questo mondo ma nell'altro. In questo mondo cercano di appagare chi è nella sofferenza per questo sono nella casa del pianto. Come il Signore disse ai suoi apostoli: ora siete nel dolore, ma vi rivedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia.

Seconda lettera ai Corinzi - 4

"..17Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria:...."

Il mondo, con i miraggi delle proprie gioie, ha perso il potere di ingannarli. La Madonna disse a Bernadette a Lourdes il 18 febbraio 1858: non vi prometto la felicità in questo mondo ma nell'altro. Beati sono costoro perché sono liberi dalla frenesia del tutto e subito ma sono educati all'attesa. Perché il loro sguardo è rivolto sulle cose invisibili. Le cose visibili sono di un momento e quelle invisibili sono eterne. E questo rende quelle persone maestri di pazienza, ci vantiamo anche nelle tribolazioni sapendo che essa produce pazienza. Possiamo anche dire che questa beatitudine è un'immediata conseguenza della povertà di spirito. La povertà di spirito ci rende di Dio e ci distacca dal mondo ma non ci distacca completamente dal mondo in cui viviamo e non ci attacca completamente a Dio e quindi mi trovo nel mondo a cui non appartengo perché mi sono distaccato con il desiderio e mi sono attacco a Dio. Sono in ciò che non mi appartiene e non sono in ciò che mi appartiene. Diciamo spesso di essere dei pellegrini ma in verità questo non lo possiamo dire senza una dose di afflizione. Nel Salve Regina, diciamo: "....A te ricorriamo, esuli figli di Eva; a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime…", chi vive appagato in questo mondo dimostra di amare il mondo e di appartenere al mondo. Perché solo ciò che si ama può dare appagamento.

Più desidero il Cielo, più provo afflizione di essere ancora sulla terra. Più sento vicino il Cielo più mi affliggo di non esserci ancora. Ma io non posso affliggermi per il Cielo se non percepisco questa beatitudine. Si comprende come l'afflizione del cristiano è sempre accompagna da una grande speranza, che Gesù ha messo nel cuore di ogni credente: vi vedrò di nuovo, vi rallegrerete e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. San Pio diceva ad una sua figlia: lasciamo mia cara a chi per sua disgrazia è privo di fede, lasciamo mia cara a chi per sua sventura non sa più discernere il prezioso dal vile, il desiderio e l'amore dei beni terreni sensibili e noi che per bontà di Dio siamo stati chiamati a regnare con lo Sposo divino e che abbiamo la vera luce di Dio nella nostra mente fissiamo lo sguardo nella Gerusalemme celeste. Sia quello il pascolo dei nostri pensieri e dalla mente piena di queste delizie si accenderanno i più gagliardi affetti del cuore. L'anima del cristiano non può non desiderare l'eternità.

Una fede che non guarda il Cielo e non desidera la ricompensa non può essere considerata fede. Le condizioni minime di parlare di Fede è credere che Egli Esiste e che ricompensa coloro che Lo cercano. Se viene a mancare uno solo di questi elementi, la lettera agli Ebrei dice che è impossibile essergli graditi.

Lettera agli Ebrei - 11

"...6Senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano…."

Dio non ama né la stoltezza e né l'empietà. E non credere in Dio conduce l'uomo alla stoltezza e non credere alla ricompensa induce l'uomo ad essere l'empio perché pensa che - se non c'è Dio - non ci sarà da rendere conto dei propri peccati. A Dio piace l'uomo pio. San Paolo ricorda che la verità che conduce alla pietà è fondata sulla speranza della Vita Eterna. Ma questa speranza porta con sé una dose di afflizione, perché possediamo solo le primizie di ciò che speriamo. Ma questo possesso parziale, pur rendendo certa la speranza, ce ne fra bramare il possesso. Questa speranza ci fa gemere interiormente. Come un'invitato a pranzo quando inizia a sentire i profumi che arrivano dalla cucina, pur buoni da odorare non appagano e fanno gemere interiormente. Pur confermando la speranza di nutrirsi di cibi succulenti. La speranza in cui abbiamo risposto la nostra fiducia non delude. Se speriamo in quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. Ma quest'attesa, quanto più si prolunga il tempo, diventa bramosia. L'anima, conoscendo quanto è bella la sua patria ne aspira a prendere possesso e vive distaccata dall'esilio. Questa cosa si traduce in un distaccamento dalle cose del mondo e di volere ancora ciò che non ho. E dal cuore del cristiano scaturisce una preghiera al Padre e alla Madre. Tanto più sono consapevoli tanto più sono accompagnate dall'afflizione. Alla Madre le anime dicono: e mostraci dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno. E rivolgendosi al Padre mettendo il cuore nel Cielo dicono: chi altri avrò per me in Cielo, all'infuori di Te nulla bramo su questa terra. Questa nostalgia e questo desiderio che rendono il cuore in parte afflitto e in parte beato possono essere consolate da due verità: la prima ce la dice San Paolo, la seconda il Signore. San Paolo: per consolare il cuore afflitto di questi beati: lavorare con frutto per la gloria nel Cielo. La seconda soluzione che consola il cuore di questi afflitti è la soluzione del Signore che ci dice che questa brama e desiderio, questa nostalgia di infinito sono rivelatori e ci rivelano che il Cielo è nostro, per questo il mondo non ci appaga. Perché non è nostro e non ci appartiene. Ognuno ama ciò che è suo (Giovanni 15,19). Se dovessi vivere in una villa in affitto, per questo possa essere bella, tutta la sua bellezza non mi appagherebbe perché quella casa non è mia. Anzi, quella bellezza finirei con l'odiarla perché ha maggiorato l'affitto che vado a pagare. Ma se dovessi comprare la villa, tutta la sua bellezza mi appagherebbe e la mostrerei a tutti. Ognuno ama ciò che è suo. Il cuore è appagato da ciò che gli appartiene e non da ciò che non è suo. Se il nostro cuore non è appagato dalle cose del mondo vuol dire che queste cose non gli appartengono. Se invece è appagato dalle cose del Cielo, è segno che queste cose gli appartengono e che sono sue.

Beati, doppiamente beati gli afflitti che gemono interiormente per l'aspirazione che hanno del Cielo, perché la loro stessa afflizione gli rivela che non sono fatti per il Mondo ma per il Cielo. E in futuro troveranno nel Cielo in pienezza, ciò che in terra bramavano con afflizioni. Quindi oltre ad essere beati saranno anche consolati.

MEDITAZIONE DI DON SILVESTRO

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