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Catechesi sulle beatitudini 16 incontro: beati gli affitti perché saranno consolati (IV parte)

Don Silvestro continua le sue catechesi sulle beatitudini continuando a trattare la seconda beatitudini, mettendo in rilievo che tre volte sono consolati gli affitti e anche la loro beatitudine è triplice.

E se il don ci dicesse che ben tre volte sono beati gli afflitti? Abbiamo iniziato dicendo che questa beatitudine è la più paradossale beatitudine perché beati ed afflitti non stanno insieme. Sono l'uno incontrario dell'altro. Il Signore però è veritiero sempre anche quando sempre che si contraddica. Preghiera di sant'Agostino: non sono sicuro in nessun'altra cose che nelle Tue promesse (rivolto a Dio ndr), o Dio Mio, nella mia speranza vivo contento perché nella tua promessa, Signore sei verace. Tuttavia non possedendoti ancora, gemo ancora sotto la puntura del desiderio. Fammi preservare in questo desiderio fino a quando avvenga ciò che hai promesso. Ed allora cesseranno i gemiti e risuonerà la lode.

La prima ragione: Il pianto che diventa merito. Non è facile credere a questa beatitudine ma l'AT mostra come il dolore nasconde sempre un mistero di vita e di salvezza.

LIBRO DEI SALMI - Salmo 126 (125)

5 Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.
6 Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.


E' una questione di meriti, ma i meriti costano tanto. Gli atti degli apostoli dicono che dobbiamo attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio. Att 14,22. Ma questi meriti diventano il bagaglio che presenteremo un giorno all'Altissimo e quanta consolazione ci verrà dal Suo compiacimento e dal Suo Sorriso e dai suoi bracci. Quando dalle sue labbra gli sentiremo dire: bravo, servo buono e fedele e tergendo ogni lacrima dai nostri occhi dirà che le cose di prima sono passate, faccio nuove tutte le cose.

Seconda lettera ai Corinzi - 4 "...17Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria…"

Il soffrire passa, l'aver sofferto non passa mai. Il sacerdote don Dolindo Ruotolo afferma: anche sulla terra non si chiamano beati quelli che soffrono lavorando? Che stentano per il raggiungimento di una meta? Che sudano per arricchirsi? Neppure il mondo osa contrastare questa verità e sa riconoscere che per il guadagno, la pena del lavoro è una beatitudine invidiabile. Pensiamo al Cielo, al tesoro di felicità che produce il più piccolo dolore e riconosciamo che è veramente beato chi soffre. Le pene sono passeggere e sono il segreto della gioia anche nelle cose più umili. La sete ti dà sollievo nel bere, la fame nel mangiare, la stanchezza nel riposare, il freddo nel riscaldarti ecc... il Signore ci fa sentire per poco il dolore per rendere più soave la pace eterna e i beni che ci sono.

La seconda grande consolazione è nella comunione. Il pianto che diventa comunione con Dio. Le nostre pene devono essere unite a quelle di Cristo per farne un'offerta, perché secondo il dire di San Paolo si diventi eredi di Dio e co Eredi di Cristo a patto che soffriamo con Lui.

Lettera ai Romani - 8 "..17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.."

Il cristiano, pur sperimentando la realtà del dolore non ha una visione pessimistica della vita, perché sa che qualunque sofferenza è un mezzo propizio per associarsi alla passione di Cristo e quindi anche alla sua Resurrezione. Il pianto che rende beati non è il pianto dei disperati, infatti la Sacra Scrittura ci esorta a non essere tristi come coloro che non hanno speranza ma nemmeno il pianto dei capricciosi che piangono per i propri interessi. Ma l'afflizione che rende beati è quella che diventa offerta. La seconda grande consolazione, il secondo grande motivo è che la loro afflizione diventa comunione con Dio.

Il terzo grande motivo per cui gli afflitti sono beati e sono consolati. Il pianto che rende sapienti e maturi nella fede. La beatitudine acquista il suo vero senso solo se collocata nel panorama biblico. Per la Bibbia la gioia e l'allegria non sempre sono un valore, perché ci sono casi in cui scaturiscono o dalle esperienze migliori della vita o possono scaturire dalla superficialità e stoltezza. Anche il dolore e l'afflizione sono realtà ambivalenti, c'è il dolore che porta alla Sapienza e rende migliore l'uomo liberandolo dalla sua superficialità e c'è il dolore che porta alla ribellione e disperazione. E che non rende beati (il secondo).

LIBRO DEL PROFETA GEREMIA - 15

16Quando le tue parole mi vennero incontro,
le divorai con avidità;
la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore,
perché il tuo nome è invocato su di me,
Signore, Dio degli eserciti.
17Non mi sono seduto per divertirmi
nelle compagnie di gente scherzosa,
ma spinto dalla tua mano sedevo solitario,
poiché mi avevi riempito di sdegno.


Geremia sente con chiarezza che c'è gioia e gioia e che bisogna saper scegliere di quale gioia gioire, avendo gustato la parola di Dio le brigate dei buon temponi non lo divertono più. L'apostolo Paolo distingue anche lui due modi di essere tristi:

Seconda lettera ai Corinzi - 7 "...10perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte…"

La tristezza che porta alla morte non ha nulla a che fare con la beatitudine mentre invece la prima tristezza ha a qualcosa a che fare con la beatitudine. Quella tristezza che produce il pentimento e ci fa avere il perdono di Dio. I testi sacri spiegano in diverse maniere che non si può evitare l'esperienza del dolore se si vuole giungere alla Sapienza.

SIRACIDE - 4

17Dapprima lo condurrà per vie tortuose,
gli incuterà timore e paura,
lo tormenterà con la sua disciplina,
finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti;
18ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà,
gli manifesterà i propri segreti.
19Se invece egli batte una falsa strada, lo lascerà andare
e lo consegnerà alla sua rovina.


Prima di comunicare la Sapienza, Dio metterà alla prova l'uomo giusto.

PROVERBI - 15

33Il timore di Dio è scuola di sapienza, prima della gloria c’è l’umiltà.

Prima lettera di Pietro - 5

"...10E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, egli stesso, dopo che avrete un poco sofferto, vi ristabilirà, vi confermerà, vi rafforzerà, vi darà solide fondamenta…"

Nessuno può dire di avere una fede matura se non ha mai sofferto. La sofferenza diventa via di perfezione e da questa via di perfezione non è stato esentato nemmeno il Figlio di Dio.

Lettera agli Ebrei - 2

"..10Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza…"

La sofferenza che diventa via di Sapienza. Il vero senso della beatitudine e dell'afflizione va cercato in quel particolare di sofferenza che porta alla Sapienza e che introduce alla Salvezza.

«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».

75. Il mondo ci propone il contrario: il divertimento, il godimento, la distrazione, lo svago, e ci dice che questo è ciò che rende buona la vita. Il mondano ignora, guarda dall’altra parte quando ci sono problemi di malattia o di dolore in famiglia o intorno a lui. Il mondo non vuole piangere: preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle, nasconderle. Si spendono molte energie per scappare dalle situazioni in cui si fa presente la sofferenza, credendo che sia possibile dissimulare la realtà, dove mai, mai può mancare la croce. (Gaudete ed Exultate)

Quanti viziati che non capiscono nulla della vita perché sono sfuggiti da ogni situazione di dolore.

76. La persona che vede le cose come sono realmente, si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore, è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice. Quella persona è consolata, ma con la consolazione di Gesù e non con quella del mondo. Così può avere il coraggio di condividere la sofferenza altrui e smette di fuggire dalle situazioni dolorose. In tal modo scopre che la vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere l’angoscia altrui, nel dare sollievo agli altri. Questa persona sente che l’altro è carne della sua carne, non teme di avvicinarsi fino a toccare la sua ferita, ha compassione fino a sperimentare che le distanze si annullano. Così è possibile accogliere quell’esortazione di san Paolo: «Piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15).

Saper piangere con gli altri, questo è santità.

Una fede matura porta a distogliere lo sguardo da sé stessi per indirizzarlo verso l'altro ma non si giunge a ciò senza prima aver sofferto e pianto. Il pianto che ci libera dall'essere viziati capaci di raggiungere le profondità della vita dove non manca mai la croce. E quindi la persona non fugge più dalla sua croce ma abbraccia le croce altrui giungendo alla sapienza della croce, che si traduce in compassione. In tal modo scopre che la vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere l'angoscia altrui nel dare sollievo ad altri. E così aiutando, scopre di essere aiutato. E consolando scopre di essere consolato giungendo ad essere veramente felici perché la vera felicità è nel dare. Quante associazioni caritative nate dopo un pianto e gli stessi fondatori hanno trovato consolazione nel consolare.

MEDITAZIONE DI DON SILVESTRO ZAMMARELLI

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