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Dove il loro verme non muore

Don Silvestro spiega il significato di: "dove il loro verme non muore"

Il don legge (per iniziare la meditazione) un capitolo alla volta di Lettere dall'Inferno (una donna, Clara ha ricevuto una comunicazione dall'inferno di una sua amica dannata che le spiega cosa si prova all'inferno - la rivelazione ha l'imprimatur da parte della Chiesa).

IL DEMONIO INFLUISCE SULLE PERSONE

Vangelo secondo Marco - 9

"..48dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.."

San Tommaso d'Aquino mette in chiaro che dopo il Giudizio Universale non esisterà altro essere all'infuori di Dio, gli Angeli e gli uomini. Dunque questo verme cos'è? Qua sulla terra il verme è un'animale schifoso ma uno tra gli esseri più umili e delicati, perché quindi pensare che siano dei demoni sotto aspetto di vermi per tormentare i dannati? E' interessante come Gesù definisce questo verme dell'uomo. Questo verme è dell'uomo, appartiene all'uomo ed è di sua proprietà. E ne parla al singolare? Quale demonio si sottoporrebbe a trasformarsi in un verme per l'eternità? Come potrebbe un dannato tra le fiamme abbia in considerazione un verme che lo tortura? Perché Gesù non ha parlato al plurale? L'uomo infatti nelle sue carni sarà mangiato dai vermi. Ma qua Gesù parla di altro. Di una realtà capace di rodere l'uomo dall'interno. E' una realtà legata al peccato personale di ognuno e si chiama rimorso. Come un verme entra dall'esterno con il peccato e come un verme rode l'uomo dall'interno. Il rimorso non è da confondersi con il pentimento. Tra due la differenza è immensa. Chi prova rimorso ha in prospettiva in sé stesso e la sofferenza che si è dato con quell'azione sbagliata. Chi prova pentimento ha in prospettiva l'altro e il dolore datogli con quell'errore commesso. Chi prova rimorso decide di stare solo, si ripiega su sé stesso e si preoccupa di rodersi le dita. Il rimorso - secondo San Matteo - è il sentimento di Giuda quando si accorse delle conseguenze del suo peccato. Chi prova pentimento è orientato verso la parte offesa in una richiesta di perdono. Il rimorso porta alla disperazione e il pentimento alla conversione.

Il dannato ha vari rimorsi, Sant'Alfonso li riduce a tre: 1) Il pensare al poco per cui si è dannato. Dopo che Esaù si ebbe cibato di quella minestra di lenticchie con la quale aveva venduto la sua primogenitura, si pose ad urlare e scoppiò in alte amarissime grida. Dice il santo: Quali altri urli e ruggiti darà il dannato che per poche soddisfazioni momentanee ha perduto un regno eterno di contenti? Oh Dio che pena porterà al dannato vedere la causa della sua dannazione. 2) Al poco che dovevano fare per salvarsi. San Tommaso d'Aquino dice che la pena principale del dannato sarà il vedere che si sono perduti per niente e che con tanta facilità potevano acquistarsi la gloria del Paradiso. A Sant'Umberto gli apparve un giorno gli apparve un dannato e gli disse che questa appunto era la maggiore afflizione che lo tormentava. Accresceranno la pena gli esempi che avranno avuto dai loro amici e compagni e dai doni ricevuti dal Signore. E questo pensiero - dice san Tommaso - brucerà il dannato più che il fuoco e gli altri tormenti, il dire: io potevo essere per sempre felice e ora sarò sempre infelice. 3) Considerare al gran bene che ha perduto. San Giovanni Crisostomo dice che i dannati saranno più tormentati dalla perdita del Paradiso che dalle stesse pene dell'inferno. Il dannato avrà inoltre la consapevolezza di essersi dannato non per malasorte o per cattiveria altrui ma per propria colpa. Vedrà che egli era stato creato per il Paradiso e che Dio ha fatto di tutto per darglielo ma che per colpa propria lo ha perduto per sempre.

L'Eterno Padre disse a Santa Caterina da Siena: il dannato vede che per colpa sua si è privato della Mia vista e della compagnia degli Angeli e si è reso degno della compagnia del demonio. Vedrà salvati (il dannato) tanti suoi compagni che si erano ritrovati negli stessi o forse maggiori pericoli di peccare ma hanno saputo contenersi nel raccomandarsi a Dio o hanno saputo rialzarsi servendosi dei sacramenti, della preghiera e penitenza. Ma egli (il dannato) perché non ha voluto fare lo stesso andando all'inferno, in quel mare di tormenti senza speranza di potervi rimediare?

Il rimorso di coscienza lo porterà ad una terribile disperazione che coinvolgerà tutte e tre le potenze dell'anima: la volontà, l'intelletto e la memoria. 1) L'intelligenza, il dannato capisce che si è dannato per colpa sua, non può attribuire la colpa ad altri, agli amici, alla Chiesa, ai genitori ecc... dopo aver cercato di rovesciare la responsabilità su tutti, finirà per dire: io ho voluto perdermi e ho voluto privarmi del Paradiso. Sant'Efraim - riferendosi a questi sciagurati,- in un sermone dice: Oh reprobi sciagurati, voi ora vedere i vostri misfatti e ne avete orrore, ma è troppo tardi. Il mondo, la carne e il demonio vi sollecitavano a peccare ma non vi hanno mai costretto, siete voi che avete liberamente scelto la morte anziché la vita. La morte anziché la Vita, l'inferno piuttosto che il Cielo. 2) La volontà, il dannato non avrà mai più quello che cerca, avrà sempre ciò che odia. Per uno sfogo, per un capriccio, per un po' di superbia ha venduto il Paradiso come Esaù ha venduto la primogenitura. 3) La memoria, il dannato soffre nella memoria: ricorda che poteva salvarsi con poca fatica, si sono salvati altri e forse più selvaggi, ma lui con tanta comodità e tutti i mezzi si è dannato.

MEDITAZIONE DI DON SILVESTRO ZAMMARELLI

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